Amalia Fleischer: da Faenza a Auschwitz

Pietra d’inciampo a ricordo dell’arresto di Amalia Fleischer.
Faenza, Monastero di Santa Chiara

Amalia Fleischer nacque nel 1885 a Vienna, figlia di Berthold e Anna Michalup, entrambi ebrei. Il padre è austriaco, mentre la madre è originaria di Fiume.

Durante la prima guerra mondiale la famiglia Fleischer vive a Merano, all’epoca territorio austriaco, dove il padre viene nominato questore. Amalia, che parla correttamente italiano, tedesco, inglese e francese, si laurea in filosofia. La sua passione è però il diritto. Si iscrive a Giurisprudenza, prima a Innsbruck e poi a Roma, all’Università La Sapienza. Nel frattempo lavora in Vaticano come archivista.

Si converte al cattolicesimo già dal 1917, nel 1923 si laurea in giurisprudenza, e acquisisce la cittadinanza italiana: tutti dati che possiamo ricavare dalle indagini della Questura durante il periodo della persecuzione degli ebrei.


In un momento storico in cui le donne avvocato sono pochissime, Amalia riesce ad iscriversi, prima donna del Sud Tirolo, all’Albo dei Procuratori nel 1928, al Sindacato Fascista degli Avvocati e Procuratori nel 1929, e nel 1935, dopo aver esercitato per oltre sei anni l’attività di procuratore legale, riesce ad ottenere l’iscrizione all’Albo degli Avvocati.
Nel 1937 la troviamo a Littoria (oggi Latina) e poi a Gaeta come insegnante, nel 1938 si trasferisce a Faenza nel monastero di Santa Chiara, grazie all’amica Giovanna Canuti, preside dell’educandato. Qui Amalia impartisce lezioni private di lingue straniere, ma in forma molto riservata, poiché le leggi razziali del 1938 avevano anche escluso tutti i cosiddetti “appartenenti alla razza ebraica” dall’insegnamento.

Infatti nel frattempo il regime fascista ha messo in moto la macchina burocratica della persecuzione degli ebrei. Il 12 agosto del 1938 il Prefetto di Ravenna riceve dal Ministero dell’Interno una circolare con l’ordine di effettuare, con la massima riservatezza e precisione, un censimento degli ebrei residenti nella provincia alla data del 22. Nella circolare viene specificato che dovranno essere registrati come ebrei anche coloro che professano altra o nessuna religione.

Il 17 novembre del 1938 viene emanato il Regio Decreto Legge che contiene i provvedimenti per la difesa della razza italiana: chi discende da genitori entrambi ebrei è ebreo egli stesso, qualunque sia la religione professata, e deve autodenunciarsi. È il caso di Amalia, che viene considerata ebrea anche se battezzata e di cittadinanza italiana.

Nel primo censimento degli ebrei dell’agosto 1938 non la troviamo nell’elenco stilato dal Comune di Faenza, poiché probabilmente risiedeva ancora a Latina. In seguito è lei stessa ad autodenunciarsi, come prescrive il Regio Decreto.  Ora il suo nome compare negli elenchi stilati dal Comune di Faenza e dalla prefettura di Ravenna. Nel 1939, sempre seguendo il dettato delle norme razziste, chiede la cancellazione dall’Albo.

Si susseguono numerose revisioni di censimenti, e le proibizioni per gli ebrei diventano sempre più oppressive fino a quando la situazione precipita dopo l’8 settembre: nella Repubblica Sociale Italiana, a seguito del famoso decreto Buffarini del 30 novembre 1943, viene ordinato l’arresto e la deportazione di tutti gli ebrei. Per gli ebrei della Provincia di Ravenna iniziano i giorni degli arresti e delle deportazioni.

Amalia Fleischer viene arrestata a Faenza il 4 dicembre 1943 da forze dell’ordine repubblichine. Viene detenuta in carcere prima a Ravenna e poi a Milano. Il convoglio che la deve condurre ad Auschwitz parte il 30 gennaio 1944, ed arriva al campo il 6 febbraio. Ma di Amalia non abbiamo più traccia.

L’ultimo documento che la riguarda  è del comune di Faenza, datato 17 dicembre 1943. nonostante tutti gli scambi di informazioni, gli aggiornamenti degli elenchi, le indagini di Questura e Carabinieri, un solerte funzionario comunale si premura di confermare al Prefetto che tutti gli ebrei residenti a Faenza erano stato avvertiti dell’obbligo di denuncia di possesso di opere d’arte. Ignorando il fatto che Amalia, la prima donna avvocato del Sud Tirolo, era stata arrestata 13 giorni prima.

Lapide commemorativa presso la Stazione di Ravenna

Tutti i documenti riprodotti provengono dall’Archivio di Gabinetto della Prefettura di Ravenna, conservato presso l’Archivio di Stato, b. 52.


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