L’evoluzione della rappresentazione cartografica del paesaggio

Mappa della possessione detta di San Severo. Nell’archivio della canonica di Santa Maria in Porto è conservato un fascicolo in cui sono raccolte le mappe del sec. XVII delle possessioni che l’abbazia aveva a Porto Fuori, in prossimità della chiesa e del monastero. Raffigurano le unità poderali e costituiscono le tessere di un mosaico che permette lo studio di una micro area di paesaggio agrario.

ASRA, Corporazioni religiose, Canonica di Santa Maria in Porto, vol. 1321

Carta del 1769 che rappresenta le prime risaie nelle valli della bonificazione gregoriana di proprietà dei Guiccioli, dei Rasponi e dell’Abbazia di San Vitale. La bonificazione avveniva per colmata: il metodo consisteva nel deviare un fiume carico di terre in sospensione dentro una valle circondata da argini e lasciar decantare le acque, infine avviare le acque chiarificate al mare con appositi canali.

ASRA, Corporazioni religiose, Abbazia di San Vitale, vol. 677

Carta di Antonio Farini disegnata nel 1741, con valli, pinete e vari stadi di bonificazione gregoriana, che rappresenta la zona tra il Lamone e il Primaro. Nella parte alta della mappa viene raffigurato il profilo longitudinale della valle tra il Lamone e il Po.

ASRA, Corporazioni religiose, Abbazia di San Vitale vol. 2624

Mappa del sedicesimo secolo raffigurante il territorio di Cervia, in cui vengono rappresentati diversi edifici particolarmente significativi: l’“Hostaria della posta del Savio”, il mulino di giacomo Lunardi, la chiesetta quattrocentesca di Santa Maria del Pino. Sullo sfondo la città di Cervia con le sue saline alimentate da un canale proveniente dal mare.

ASRA, Corporazioni religiose, Abbazia di San Giovanni Evangelista, b. 1504

Mappa della città di Cervia proveniente dal fondo del catasto gregoriano, non datata ma probabilmente ascrivibile all’epoca napoleonica. Il catasto gregoriano (da Gregorio XVI, papa sotto il quale entrò in vigore) ha un carattere non descrittivo ma geometrico-particellare; riduce cioè ogni proprietà, che si tratti di terreni o di fabbricati, alla pura area geometrica, alla quale viene poi attribuito un numero progressivo (mappale) che serve per rintracciarla nei relativi registri che riportano il proprietario originario e i successivi passaggi, per vendita o eredità.

ASRA, Vecchio catasto, mappe Città di Cervia, ff. XXI, XXII

Prima della descrizione scientifica del paesaggio, come nel caso del catasto geometrico-particellare, la sua raffigurazione univa la precisione del perito con elementi artistici e figurativi più o meno iconografici. Nelle immagini qui proposte è preponderante l’uso del colore per descrivere il paesaggio agrario, e la presenza di edifici e costruzioni ben riconoscibili e particolarmente significative per gli abitanti del territorio.

Ad esempio nella possessione di San Severo la casa, il pozzo, la capanna sono disegnati senza l’utilizzo della corretta prospettiva; non è riportata la denominazione della coltivazione delle pezze di terra, ma sono i colori che suggeriscono se si tratta di “arativo, arativo arborato, o arativo arborato vitato”.

Nella carta delle risaie è ancora prevalente l’elemento pittorico e iconografico: i colori e la raffigurazione stilizzata delle coltivazioni descrivono il territorio naturale, e, al pari di quanto aveva fatto il cartografo delle possessioni di Santa Maria in Porto, il nord non coincide con il margine superiore, poiché l’orientamento del disegno è dato dall’interesse umano. Qui la rosa dei venti (tramontana, ostro, ponente e levante) mantiene “una relazione con il dato naturale” e non impone un orientamento esterno (i punti cardinali) allo spazio rappresentato.  Raggiunta la completa astrazione della raffigurazione cartografica, “lo spazio in cui si situa l’oggetto diventa, da concreto, astratto” (F. Farinelli, I segni del mondo, La Nuova Italia, 1992, p. 32), in una strada che conduce alla “progressiva disumanizzazione delle convenzioni” della cartografia (ivi., p. 33). La carta del Farini, pure disegnata in pieno settecento la possiamo collocare ancora in una posizione intermedia: c’è una accurata misurazione del profilo longitudinale del territorio rappresentato, ma le piccole icone degli edifici, le raffigurazioni stilizzate delle coltivazioni, e gli elementi decorativi, fanno ancora parte di un arte cartografica in equilibrio fra pittorico e astratto. Tutto questo verrà a cadere definitivamente nel catasto, nel quale l’orientamento della carta a nord diventerà implicito, e ogni elemento, naturale o umano, del paesaggio corrisponderà unicamente alla sua area geometrica.


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“Un onesto annuale divertimento…”

Il 15 gennaio 1823, il Cardinal Rusconi, Legato di Ravenna, emana una Notificazione per regolamentare l’uso delle maschere e la condotta nei balli ove questi saranno concessi dalle pubbliche autorità.

Archivio di Stato di Ravenna, Legazione Apostolica di Ravenna, b. 1662

Fra le numerose limitazioni possiamo leggere che “non è lecito né uscire dalla Città e luoghi murati, né entrare con Maschera senza denunciare il proprio nome”, “non è lecito imitare col mezzo della Mascherà né distintivi, né riti, né vesti, sia di culto religioso, sia di corpi militari, sia di Autorità anche dei passati governi”. Durante i balli ” non è permesso il ballare in qualità di Donna a chi è vestito con abito da uomo, e viceversa: quantunque  chi balla fosse in realtà Donna, o Uomo rispettivamente”.

il 21 gennaio 1856 il legato Achille Maria Ricci, concede lo svolgimento di due veglioni presso il “Teatro Allighieri”.

Archivio di Stato di Ravenna, Legazione Apostolica di Ravenna, b. 1584

Anche in questo caso “viene proibito ogni abito di Maschera che rappresentasse quello Ecclesiastico, o militare o cavalleresco”. Inoltre “le armi d’ogni maniera ed i bastoni sono assolutamente vietati”. Sui divieti vigila la forza della Polizia, autorizzata ad agire ben oltre il nostro abituale stato di diritto: “le trasgressioni saranno sommariamente giudicate e condannate dal Direttore  della Polizia”.

 


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Amalia Fleischer: da Faenza a Auschwitz

Pietra d’inciampo a ricordo dell’arresto di Amalia Fleischer.
Faenza, Monastero di Santa Chiara

Amalia Fleischer nacque nel 1885 a Vienna, figlia di Berthold e Anna Michalup, entrambi ebrei. Il padre è austriaco, mentre la madre è originaria di Fiume.

Durante la prima guerra mondiale la famiglia Fleischer vive a Merano, all’epoca territorio austriaco, dove il padre viene nominato questore. Amalia, che parla correttamente italiano, tedesco, inglese e francese, si laurea in filosofia. La sua passione è però il diritto. Si iscrive a Giurisprudenza, prima a Innsbruck e poi a Roma, all’Università La Sapienza. Nel frattempo lavora in Vaticano come archivista.

Si converte al cattolicesimo già dal 1917, nel 1923 si laurea in giurisprudenza, e acquisisce la cittadinanza italiana: tutti dati che possiamo ricavare dalle indagini della Questura durante il periodo della persecuzione degli ebrei.


In un momento storico in cui le donne avvocato sono pochissime, Amalia riesce ad iscriversi, prima donna del Sud Tirolo, all’Albo dei Procuratori nel 1928, al Sindacato Fascista degli Avvocati e Procuratori nel 1929, e nel 1935, dopo aver esercitato per oltre sei anni l’attività di procuratore legale, riesce ad ottenere l’iscrizione all’Albo degli Avvocati.
Nel 1937 la troviamo a Littoria (oggi Latina) e poi a Gaeta come insegnante, nel 1938 si trasferisce a Faenza nel monastero di Santa Chiara, grazie all’amica Giovanna Canuti, preside dell’educandato. Qui Amalia impartisce lezioni private di lingue straniere, ma in forma molto riservata, poiché le leggi razziali del 1938 avevano anche escluso tutti i cosiddetti “appartenenti alla razza ebraica” dall’insegnamento.

Infatti nel frattempo il regime fascista ha messo in moto la macchina burocratica della persecuzione degli ebrei. Il 12 agosto del 1938 il Prefetto di Ravenna riceve dal Ministero dell’Interno una circolare con l’ordine di effettuare, con la massima riservatezza e precisione, un censimento degli ebrei residenti nella provincia alla data del 22. Nella circolare viene specificato che dovranno essere registrati come ebrei anche coloro che professano altra o nessuna religione.

Il 17 novembre del 1938 viene emanato il Regio Decreto Legge che contiene i provvedimenti per la difesa della razza italiana: chi discende da genitori entrambi ebrei è ebreo egli stesso, qualunque sia la religione professata, e deve autodenunciarsi. È il caso di Amalia, che viene considerata ebrea anche se battezzata e di cittadinanza italiana.

Nel primo censimento degli ebrei dell’agosto 1938 non la troviamo nell’elenco stilato dal Comune di Faenza, poiché probabilmente risiedeva ancora a Latina. In seguito è lei stessa ad autodenunciarsi, come prescrive il Regio Decreto.  Ora il suo nome compare negli elenchi stilati dal Comune di Faenza e dalla prefettura di Ravenna. Nel 1939, sempre seguendo il dettato delle norme razziste, chiede la cancellazione dall’Albo.

Si susseguono numerose revisioni di censimenti, e le proibizioni per gli ebrei diventano sempre più oppressive fino a quando la situazione precipita dopo l’8 settembre: nella Repubblica Sociale Italiana, a seguito del famoso decreto Buffarini del 30 novembre 1943, viene ordinato l’arresto e la deportazione di tutti gli ebrei. Per gli ebrei della Provincia di Ravenna iniziano i giorni degli arresti e delle deportazioni.

Amalia Fleischer viene arrestata a Faenza il 4 dicembre 1943 da forze dell’ordine repubblichine. Viene detenuta in carcere prima a Ravenna e poi a Milano. Il convoglio che la deve condurre ad Auschwitz parte il 30 gennaio 1944, ed arriva al campo il 6 febbraio. Ma di Amalia non abbiamo più traccia.

L’ultimo documento che la riguarda  è del comune di Faenza, datato 17 dicembre 1943. nonostante tutti gli scambi di informazioni, gli aggiornamenti degli elenchi, le indagini di Questura e Carabinieri, un solerte funzionario comunale si premura di confermare al Prefetto che tutti gli ebrei residenti a Faenza erano stato avvertiti dell’obbligo di denuncia di possesso di opere d’arte. Ignorando il fatto che Amalia, la prima donna avvocato del Sud Tirolo, era stata arrestata 13 giorni prima.

Lapide commemorativa presso la Stazione di Ravenna

Tutti i documenti riprodotti provengono dall’Archivio di Gabinetto della Prefettura di Ravenna, conservato presso l’Archivio di Stato, b. 52.


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31 dicembre 1861: il primo censimento

Nella notte tra il 31 dicembre 1861 e il 1 gennaio 1862, i cittadini italiani, a pochi mesi dalla proclamazione del Regno d’Italia, sono chiamati a contarsi per la prima volta. Era necessario infatti tracciare una prima fotografia della popolazione italiana e acquisire informazioni sul numero di abitanti, suddivisi  per sesso, età e stato civile.

Da quel momento i censimenti saranno effettuati con cadenza decennale, con uniche eccezioni nel 1891, per le difficoltà finanziarie del Paese, e nel 1941 a causa della guerra.

A partire dalla sua fondazione, nel 1926, a occuparsi dei censimenti è l’Istituto nazionale di statistica (Istat).

Manifesto del Comune di Faenza che invita i cittadini a compilare i moduli del censimento e ne sottolinea l’importanza e l’utilità per il Paese, chiarendo nello stesso tempo che tali rilevazioni non sono a scopo fiscale.

Lettera della Sottoprefettura di Faenza del 22 novembre 1861. Dopo la trasmissione del regolamento per il censimento, la Sottoprefettura di Faenza raccomanda “ […] vivamente alle Giunte Municipali di non frapporre indugi pella pronta proposta dei commissarii locali, nonché ai signori sindaci di curare attentamente perché le popolazioni dei rispettivi comuni abbiano a concepire una vera idea dello scopo a cui tale censimento generale viene eseguito ….non trattarsi minimamente di un fine fiscale o finanziario […] ” (Comune di Faenza, archivio moderno, carteggio amministrativo, b. 498)

Quadro di spoglio di Ravenna e dei sobborghi in cui viene rilevata la professione, suddiviso per età, sesso e con indicazione del ruolo del capofamiglia. (Prefettura di Ravenna, archivio generale b. 21)

Fra le professioni si possono trovare: 1720 “senza professione poveri” , 4944 “senza professione non poveri” , 3 cantanti,  e 1528 donne “applicate ai lavori di casa”. Una delle poche occupazioni che mostravano una certa eguaglianza fra uomine e donne è quella dei maestri e professori (31 maschi e 42 femmine). Due uomini risultano invece impiegati in professioni eminentemente femminili: il primo è fra le 171 “lavandaie”,  e il secondo fra le 254 tessitrici. Fra i mestieri più inusuali i flebotomi (chi eseguiva operazioni di bassa chirurgia), i chincaglieri, i selcini (chi si occupava della pavimentazione delle strade).


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La fine della Grande Guerra

Il 4 novembre 1918 è la data che segna la fine della guerra per l’Italia con l’entrata in vigore dell’armistizio di Villa Giusti,  firmato il giorno prima con l’Austria-Ungheria.

Manifesto del Comune di Faenza del 4 novembre 2018. Sezione di Archivio di Stato di Faenza, Comune di Faenza, carteggio amministrativo b. 1560.

Il sindaco di Faenza Camangi annuncia l’armistizio con espressioni cariche di riconoscenza per i combattenti e di speranze per il futuro del Paese: vi si annuncia la revisione delle liste elettorali, con l’allargamento del suffragio a tutti i cittadini maschi che avessero compiuto 21 anni o avessero prestato il servizio militare, a prescindere dal loro censo.

Telegramma cifrato da Roma n. 37921 del 4 novembre 1918. ASRA, Prefettura di Ravenna, Archivio di Gabinetto b. 10

“sempre con riferimento alle precedenti disposizioni e istruzioni date e perché le SS.LL possano adottare provvedimenti opportuni per mantenimento ordine pubblico e preparazione opinione pubblica la informo che entro oggi sarà data notizia conclusione armistizio con Austria-Ungheria”

Telegramma cifrato inviato a tutti i Prefetti del Regno che contiene disposizioni circa la censura che in quei giorni subiva la stampa riguardo alle comunicazioni inerenti la fine della guerra; il timore era che esse potessero generare manifestazioni  tali da suscitare disordini di ordine pubblico.

Lettera della Sottoprefettura di Lugo al Prefetto di Ravenna del 12 novembre 1918. ASRA, Prefettura di Ravenna, Archivio di Gabinetto b. 10

Il Sottoprefetto di Lugo comunica lo svolgimento di una speciale manifestazione patriottica organizzata l’ 11 novembre in occasione del compleanno del Re: “la manifestazione è riuscita veramente grandiosa e degna degli attuali avvenimenti”.

Lettera copiata del 27 novembre 1918 del Prefetto di Ravenna.  ASRA, Prefettura di Ravenna, Archivio di Gabinetto b. 10

La lettera, indirizzata ai Sottoprefetti di Faenza e Lugo e ad altri uffici pubblico contiene il testo del telegramma del Presidente del Consiglio Orlando dello stesso giorno: “oggi è stato firmato decreto con cui considerato che alcune nazioni alleate hanno designato il 28 novembre 1918 come giorno di ringraziamento e di preghiera per l’esito felice della guerra si è stabilito che detto giorno sia festivo  […]”. Questi due ultimi documenti sono esempio della propaganda patriottica che anche a guerra finita continuerà a manifestarsi.

In verità il ritorno alla normalità si presenta in salita per un’Italia prostrata dalla crisi economica, e in cui il mito della “vittoria mutilata” comincia ad alimentare un malcontento diffuso nell’opinione pubblica.

 

 

 

 


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