La terribile inondazione del 1636

Ravenna nel corso del tempo ha sempre subito gravi inondazioni. La più importante fu quella della notte tra il 27 e il 28 maggio 1636 quando l’acqua dei fiumi Ronco e Montone sommerse la città per oltre due metri.

L’esondazione dagli argini avvenne il 27 maggio, dopo sei giorni ininterrotti di pioggia.  A mezzanotte l’acqua del Montone, che cingeva le mura della città a nord-ovest, straripò verso sud e andò ad unirsi con quella del Ronco. Le acque aprirono un varco tra le mura ed invasero le strade. Si sarebbero potuti aprire gli argini a monte per inondare le campagne e salvare la città, ma gli interessi dei possidenti bloccarono ogni decisione.

Il livello delle acque all’alba del 28 maggio fu talmente elevato che raggiunse il secondo piano delle case. Le strade erano diventate fiumi e gli abitanti vennero messi in salvo caricandoli su barche.

Si rivelò allora impossibile rimandare ancora i progetti di risistemazione idraulica delle acque di Ravenna. Il governo del Legato pontificio elaborò nel corso dei decenni successivi un ampio piano di interventi idraulici dell’area ravennate che comprendeva: la diversione delle acque di Ronco e Montone lontano dalle mura e la costruzione di un nuovo canale che collegasse la città al mare di un nuovo porto.

“Memoria dell acqua adì 8 marzo 1637

Memoria come adi sudetti si fassi la fabricha delli granari e cantine ruinate dal inondazione del acque l’anno 1636 adi 28 maggio [..]di mercordi; comenciò il martidì che era li 27 à meza hora di notte; et à un hora non si poteva abitare più à basso tanto viniva con impito : fesse li fiumi tre ruture nella moraglia della cità […]; alle cinque hora di notte ruino la moraglia della clausura verso Santo Antonio […].

Quando comincio aparire il giorno si videro le povere famiglie con li loro figlioli su li tetti delle loro case; et si sintiva voce rauche e lamentevole chiamare aiuto, dal cielo e dalla tera era cosa di straordinario terrore, à hora di terza vedetimo ruinare la casa di santo Antonio con morte di sei persone, e più si vedeva e t udiva l’empito il ribuimbo che faceva l’acque mentre si scaricava nella povera città […]”

Il testo è un estratto del libro di memorie delle monache di Sant’Andrea che ricordano gli eventi dell’inondazione.

CR, Monache di Sant’Andrea, vol. 1986

Negli atti di almeno due notai ravennati troviamo inoltre le perizie con gli elenchi dettagliati dei danni subiti dalla popolazione della città di Ravenna.

Archivio notarile distrettuale di Ravenna, notaio Aurelio Maioli, vol. 894

Archivio notarile distrettuale di Ravenna, notaio Francesco Pescatori, vol. 1106


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La festa della Madonna Greca

Secondo la leggenda il Monastero di Santa Maria in Porto deve le proprie origini a Pietro  degli Onesti. Di nobile famiglia ravennate, sin dalla giovinezza si dedica alla vita ecclesiastica e si distingue per pietà, umiltà e penitenza, tanto da farsi chiamare “peccatore”. Nel 1080, amareggiato per il comportamento scismatico dell’arcivescovo Guiberto, si reca in esilio volontario in Terra Santa. Nel 1096, mentre rientra in patria, viene sorpreso in nave da una violenta tempesta, e fa un voto a Maria Vergine di erigere una nuova chiesa qualora si fosse salvato. Approda nei pressi del porto di Ravenna e si ferma nella piccola chiesa di S. Maria in Fossula. Qui inizia a costruire la nuova chiesa come
adempimento del voto. L’8 aprile 1100 nella domenica in albis Pietro e i suoi compagni stanno officiando la messa nella nuova chiesa quando dal mare appare miracolosamente l’effige della Madonna Greca. Diffusasi la notizia del miracolo, la Madonna Greca diviene
oggetto di culto, in grado di richiamare un gran numero di pellegrini, ragion per cui i canonici iniziarono la costruzione del Monastero.

Arte bizantina, Madonna Greca, bassorilievo marmoreo del IX secolo

I lavori del monastero iniziarono nel 1496 e nel 1503 i canonici lateranensi entrarono nel monastero cittadino, dove viene collocata la Madonna Greca.

Come leggiamo dal Giornale delle spese del 1772, per le celebrazione della festa della Domenica in Albis, i monaci comprano cibi, bevande, dolci, e pagano due scudi al “bombardiero per n. 100 razzi sparati ieri sera”. Fra le altre spese quelle per i musicisti, tra cui il famoso violinista Sirmen.


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Non solo carte…

Nel corso dei lavori preliminari di riordino dell’archivio del Tribunale di Ravenna, sono stati trovati, all’interno di un fascicolo processuale due “prove” raccolte dagli inquirenti. L’8 marzo 1944 il Segretario del Fascio di Voltana, Vincenzo Sasso, e altri tre fascisti sono stati vittime di un attentato con lancio di bombe a mano e colpi di arma da fuoco.

Come si legge nel fascicolo, si tratta del calco in gesso dell’impronta di uno degli esecutori, e di una cintura di stoffa, ritrovate nel luogo dell’agguato.

Dal rapporto della Questura leggiamo che i feriti sono in condizioni gravissime. Sasso infatti morirà a seguito delle ferite riportate.

Le indagini si protrarranno fino al 1945, ma, sebbene le autorità repubbliche avessero individuato alcuni sospettati, l’indagine rimarrà contro ignoti.


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L’evoluzione della rappresentazione cartografica del paesaggio

Mappa della possessione detta di San Severo. Nell’archivio della canonica di Santa Maria in Porto è conservato un fascicolo in cui sono raccolte le mappe del sec. XVII delle possessioni che l’abbazia aveva a Porto Fuori, in prossimità della chiesa e del monastero. Raffigurano le unità poderali e costituiscono le tessere di un mosaico che permette lo studio di una micro area di paesaggio agrario.

ASRA, Corporazioni religiose, Canonica di Santa Maria in Porto, vol. 1321

Carta del 1769 che rappresenta le prime risaie nelle valli della bonificazione gregoriana di proprietà dei Guiccioli, dei Rasponi e dell’Abbazia di San Vitale. La bonificazione avveniva per colmata: il metodo consisteva nel deviare un fiume carico di terre in sospensione dentro una valle circondata da argini e lasciar decantare le acque, infine avviare le acque chiarificate al mare con appositi canali.

ASRA, Corporazioni religiose, Abbazia di San Vitale, vol. 677

Carta di Antonio Farini disegnata nel 1741, con valli, pinete e vari stadi di bonificazione gregoriana, che rappresenta la zona tra il Lamone e il Primaro. Nella parte alta della mappa viene raffigurato il profilo longitudinale della valle tra il Lamone e il Po.

ASRA, Corporazioni religiose, Abbazia di San Vitale vol. 2624

Mappa del sedicesimo secolo raffigurante il territorio di Cervia, in cui vengono rappresentati diversi edifici particolarmente significativi: l’“Hostaria della posta del Savio”, il mulino di giacomo Lunardi, la chiesetta quattrocentesca di Santa Maria del Pino. Sullo sfondo la città di Cervia con le sue saline alimentate da un canale proveniente dal mare.

ASRA, Corporazioni religiose, Abbazia di San Giovanni Evangelista, b. 1504

Mappa della città di Cervia proveniente dal fondo del catasto gregoriano, non datata ma probabilmente ascrivibile all’epoca napoleonica. Il catasto gregoriano (da Gregorio XVI, papa sotto il quale entrò in vigore) ha un carattere non descrittivo ma geometrico-particellare; riduce cioè ogni proprietà, che si tratti di terreni o di fabbricati, alla pura area geometrica, alla quale viene poi attribuito un numero progressivo (mappale) che serve per rintracciarla nei relativi registri che riportano il proprietario originario e i successivi passaggi, per vendita o eredità.

ASRA, Vecchio catasto, mappe Città di Cervia, ff. XXI, XXII

Prima della descrizione scientifica del paesaggio, come nel caso del catasto geometrico-particellare, la sua raffigurazione univa la precisione del perito con elementi artistici e figurativi più o meno iconografici. Nelle immagini qui proposte è preponderante l’uso del colore per descrivere il paesaggio agrario, e la presenza di edifici e costruzioni ben riconoscibili e particolarmente significative per gli abitanti del territorio.

Ad esempio nella possessione di San Severo la casa, il pozzo, la capanna sono disegnati senza l’utilizzo della corretta prospettiva; non è riportata la denominazione della coltivazione delle pezze di terra, ma sono i colori che suggeriscono se si tratta di “arativo, arativo arborato, o arativo arborato vitato”.

Nella carta delle risaie è ancora prevalente l’elemento pittorico e iconografico: i colori e la raffigurazione stilizzata delle coltivazioni descrivono il territorio naturale, e, al pari di quanto aveva fatto il cartografo delle possessioni di Santa Maria in Porto, il nord non coincide con il margine superiore, poiché l’orientamento del disegno è dato dall’interesse umano. Qui la rosa dei venti (tramontana, ostro, ponente e levante) mantiene “una relazione con il dato naturale” e non impone un orientamento esterno (i punti cardinali) allo spazio rappresentato.  Raggiunta la completa astrazione della raffigurazione cartografica, “lo spazio in cui si situa l’oggetto diventa, da concreto, astratto” (F. Farinelli, I segni del mondo, La Nuova Italia, 1992, p. 32), in una strada che conduce alla “progressiva disumanizzazione delle convenzioni” della cartografia (ivi., p. 33). La carta del Farini, pure disegnata in pieno settecento la possiamo collocare ancora in una posizione intermedia: c’è una accurata misurazione del profilo longitudinale del territorio rappresentato, ma le piccole icone degli edifici, le raffigurazioni stilizzate delle coltivazioni, e gli elementi decorativi, fanno ancora parte di un arte cartografica in equilibrio fra pittorico e astratto. Tutto questo verrà a cadere definitivamente nel catasto, nel quale l’orientamento della carta a nord diventerà implicito, e ogni elemento, naturale o umano, del paesaggio corrisponderà unicamente alla sua area geometrica.


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“Un onesto annuale divertimento…”

Il 15 gennaio 1823, il Cardinal Rusconi, Legato di Ravenna, emana una Notificazione per regolamentare l’uso delle maschere e la condotta nei balli ove questi saranno concessi dalle pubbliche autorità.

Archivio di Stato di Ravenna, Legazione Apostolica di Ravenna, b. 1662

Fra le numerose limitazioni possiamo leggere che “non è lecito né uscire dalla Città e luoghi murati, né entrare con Maschera senza denunciare il proprio nome”, “non è lecito imitare col mezzo della Mascherà né distintivi, né riti, né vesti, sia di culto religioso, sia di corpi militari, sia di Autorità anche dei passati governi”. Durante i balli ” non è permesso il ballare in qualità di Donna a chi è vestito con abito da uomo, e viceversa: quantunque  chi balla fosse in realtà Donna, o Uomo rispettivamente”.

il 21 gennaio 1856 il legato Achille Maria Ricci, concede lo svolgimento di due veglioni presso il “Teatro Allighieri”.

Archivio di Stato di Ravenna, Legazione Apostolica di Ravenna, b. 1584

Anche in questo caso “viene proibito ogni abito di Maschera che rappresentasse quello Ecclesiastico, o militare o cavalleresco”. Inoltre “le armi d’ogni maniera ed i bastoni sono assolutamente vietati”. Sui divieti vigila la forza della Polizia, autorizzata ad agire ben oltre il nostro abituale stato di diritto: “le trasgressioni saranno sommariamente giudicate e condannate dal Direttore  della Polizia”.

 


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